Ethics by Design Unconference: Progettare Comportamenti, non solo Strumenti
Che cosa significa parlare di etica quando l’innovazione corre più veloce della nostra capacità di comprenderla?
È con questa domanda che venerdì 23 gennaio ho varcato la soglia degli uffici milanesi di TeamSystem, con la sensazione di partecipare a qualcosa di diverso da una conferenza tradizionale. Non un evento “da palco”, non una sequenza ordinata di slide e keynote, ma un esperimento collettivo: la Ethics by Design Unconference.
Il confronto: l’etica come comportamento
Nelle prime due ore, alcuni ospiti hanno aperto il confronto su etica e intelligenza artificiale, mettendo sul tavolo tensioni reali, contraddizioni e casi concreti. Tra i relatori: Francesca Tosi (Product Manager in Fiscozen), Saverio Campisi (UnipolTech), Giuseppe Mincolelli (professore ordinario di Design all’Università di Ferrara), Alessandro Di Benedetto (Executive Design Director in Sketchin) ed Emanuele Fabbiani (co-founder e Head of AI di xtream).
Profili e linguaggi diversi con un terreno comune: l’idea che progettare prodotti, servizi e sistemi tecnologici significhi, prima di tutto, progettare comportamenti.
Una delle affermazioni che ha fatto più rumore è stata che l’etica non è una scienza. Non è un framework, né una checklist: è comportamento. E se l’etica è comportamento, allora progettare l’interazione tra una persona e una piattaforma equivale a costruire una relazione.
Da qui emerge il tema della fiducia: come si fa sentire un utente al sicuro all’interno di un sistema complesso? Come si gestiscono dati, trasparenza e responsabilità senza relegare tutto a un banner sui cookie o a una nota legale? In questo senso, la trasparenza è emersa non solo come dovere morale, ma come leva di valore anche sul piano commerciale.
La “biologia” dell’Intelligenza Artificiale
Il dibattito sull’IA è stato costante. Si è parlato dell’impossibilità di comprendere appieno il funzionamento di sistemi complessi e del costo che l’etica può rappresentare per le aziende.
È stato citato l’articolo chiave del 2017, “Attention Is All You Need”, come esempio di come alcune svolte tecnologiche abbiano ridefinito interi ecosistemi senza che fossimo davvero pronti a valutarne le conseguenze sociali. Qualcuno ha parlato di una vera e propria “biologia” dei sistemi di AI, suggerendo di iniziare a osservarli non solo come strumenti, ma come veri e propri ambienti.
Il cuore dell’Unconference: post-it e partecipazione
Dopo la fase introduttiva, l’unconference ha mostrato il suo cuore operativo. I partecipanti hanno proposto i temi scrivendoli su dei post-it, poi selezionati tramite votazione.
Durante il pranzo, gli argomenti sono stati distribuiti nelle sale dell’edificio. Anche qui, massima libertà: ognuno poteva scegliere il proprio ruolo tra Custode (chi propone il tema), Bombo (chi si sposta liberamente tra le conversazioni) o Farfalla (chi preferisce ascoltare in silenzio).
Io ho scelto un’unica sala per tutto il pomeriggio, focalizzata su due interrogativi centrali:
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L’utilizzo dell’AI è uno strumento di potenziamento o un rischio di “brainrot”?
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Chi decide che cosa è etico?
Il dibattito ha aperto scenari che toccavano la censura, la difficoltà di definire valori universali per i sistemi intelligenti, il controllo delle AI, la possibile scomparsa dei siti web tradizionali e la responsabilità di chi comunica il funzionamento tecnologico, distinguendo nettamente tra etica e legge.
Conclusioni: una scomoda necessità
La giornata si è chiusa con un aperitivo di networking, ma la conversazione non si è mai davvero fermata. I manifesti prodotti da ogni sala — grandi cartelloni con riflessioni, domande aperte e spunti futuri — sono rimasti a testimoniare il lavoro svolto.
Rientrando a Torino, la sensazione non era quella di aver “imparato” qualcosa nel senso tradizionale del termine, ma di essere tornata con nuovi, preziosi spunti di riflessione.
L’unconference non ha provato a semplificare l’etica né a renderla rassicurante. Al contrario, ha mostrato quanto sia scomoda, costosa e necessaria. È inseparabile dal design, dalla tecnologia e dalle decisioni quotidiane. In un momento in cui l’AI appare inevitabile, noi designer abbiamo la responsabilità di scegliere come progettare e comunicare questa innovazione.